Chi l’ha detto? I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA


pecore Cambiare opinione è caratteristica dei grandi. “Un uomo che si vanta di non cambiare mai opinione è un cretino che crede all’infallibilità” diceva Goethe Non solo è lecito, ma a volte è sano. Dimostra feconda capacità di dubitare, onestà intellettuale, serietà scientifica. Cambiare opinione però è difficile (ecco perché i grandi sono pochi).
A volte cambiamo opinione perché l’esperienza quotidiana ci dimostra che ciò che sostenevamo prima, anche con convinzione, non è vero, oppure perché qualcuno ci dimostra che la nostra opinione era sbagliata. Una delle grandi catastrofi della nostra epoca è proprio il fatto che spesso restiamo abbarbicati alle nostre opinioni e ci sembra di tradire ogni volta che esprimiamo un dubbio o proponiamo un punto di vista diverso. Ma a volte tradiamo le nostre opinioni perché le passioni o, peggio, l’interesse, ci portano a modificarle, anche in maniera radicale.
La discussione sull’euro è attuale, per alcuni sembra una bestemmia, ormai “ce lo chiede l’Europa” è diventato un mantra assurdo ed autodistruttiva. Economisti di fama si espongono in una direzione o nell’altra, ma chi dovrebbe decidere, i politici (ammesso che ancora ce ne siano) ha fatto dell’euro un atto di fede. Indiscutibile.
I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA è l’opinione espressa a suo tempo da un noto economista italiano che insegna in una prestigiosa università americana, inventore dell’austerità espansiva, cioè del fatto che le misure di austerità e di rigore non danneggino le economie, ma, anzi, al contrario, aiutino la ripresa economica. Oggi non parla più così, eppure a me sembra che nessuno degli argomenti che ha utilizzato nell’esprimere la sua opinione si sia dimostrato falso, anzi semmai le sue tesi sono rafforzate dall’evidenza empirica: L’euro non è un bluff, peggio, è una catastrofe.
chi l’ha detto? sono certo che i miei venticinque lettori, di manzoniana memoria, me lo sapranno dire.

Annunci

Dopo la recessione il “new normal”


The New Normal - Season Pilot

Immaginiamo che il nuovo governo in pochi giorni o settimane riesca a negoziare con l’Europa maggiori gradi di libertà nella gestione del bilancio.

Immaginiamo che lo stato e la pubblica amministrazione in un periodo brevissimo, per esempio in due o tre mesi, paghino tutti i 120 miliardi di euro che devono ai fornitori; che le banche riaprano i cordoni del credito.

Immaginiamo che ci sia un netto calo delle spese dell’apparato pubblico, diciamo 3 o 4 punti di PIL, e in pochi mesi si arrivi ad una decisa semplificazione della nostra burocrazia borbonica ed autoreferenziale.

Immaginiamo che entro l’estate si riesca ad abbassare le tasse sul lavoro, sulle famiglie e sulle aziende in maniera sensibile e che quindi la disoccupazione cali ed i consumi e gli investimenti finalmente ripartano. (un governo capace di fare queste cose con questa velocità riesco ad immaginarlo solo in un gioco di immaginazione).

Avremmo risolto i nostri problemi? No.

….. non è una buona notizia, ma è importante che da subito ci rendiamo conto di come stanno davvero le cose.

Negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata sulla poderosa recessione che ci ha colpito ed abbiamo attribuito a questa tutti i nostri problemi.  Una sorta di broncopolmonite galoppante e contagiosa che ha furiosamente distrutto ricchezza ed ha creato disoccupazione, fallimenti, insicurezza nelle persone e ferite sociali.

E questa broncopolmonite ci ha fatto dimenticare le altre malattie.

Ma anche se qualcuno riuscirà a curarci dalla broncopolmonite noi resteremo ancora malati. Anche prima della grande recessione che, Bibbia docet, richiederà per uscirne sette anni di vacche magre, anzi magrissime, l’Italia viveva in una strisciante e melmosa difficoltà.

Certo una parte dei problemi verrà risolta con la cura della broncopolmonite, per esempio potrebbe essere l’occasione per smettere di fumarci punti di PIL di inefficienza pubblica. Molti problemi tuttavia rimarranno irrisolti come la concentrazione della ricchezza nelle mani di un  numero ridotto di famiglie , la quasi-scomparsa della classe media, le rendite di posizione di tipo sociale, la sottocapitalizzazione delle imprese e così via.

Altre complessità stanno già emergendo. La nuova normalità nella quale vivremo alla fine della recessione sarà diversa da quella che abbiamo vissuto e con questa dovremo fare i conti: il mondo del lavoro, le modalità di consumo, il risparmio, il welfare cambieranno decisamente forma. La nostra vita sarà diversa da quella che ricordiamo, dovremo abituarci a standard diversi, certamente saremo meno ricchi e meno sicuri del futuro.

È difficile immaginare che dopo aver imparato a consumare meno ritornino gli anni novanta; che riusciamo a garantirci un futuro senza incertezze solo per il fatto di aver lavorato tutta la vita; che i posti di lavoro possano aumentare al crescere della ricchezza come accadeva prima. Il tasso di crescita dell’occupazione sarà minore poiché gli investimenti muovono verso aziende capital intensive. I posti di lavoro meno qualificati che abbiamo perso non torneranno: perché le aziende dovrebbero riassumere figure non specializzate di cui hanno imparato a fare a meno?

Difficile fare previsioni e l’unica previsione che sensatamente possiamo fare e che non possiamo immaginare che tutto torni come prima.

Dobbiamo tenerne conto fin d’ora, dobbiamo lavorare da subito per reinventare un modello sociale, ripensare alle strategie della politica, delle aziende e degli individui, immaginare un nuovo modello di stato più flessibile, più pronto, più vicino alle persone, più capace di accompagnarle.

Sperando prima di tutto che la broncopolmonite guarisca e non lasci troppi strascichi.