Uccidimi!!!


gladiatoreMatteo Salvini, Matteo Renzi, Angelino Alfano (quest’ultimo un po’ meno, però) sono giovani e per questo rappresentano per molti la possibilità di rinnovare finalmente la politica e, così, di cambiare probabilmente le tristi sorti di tanti oppressi, depressi da una crisi profonda che non ha solo una natura economica.

Io credo, Matteo Salvini, che abolire l’euro, ridiscutere il quadro europeo, siano condizioni necessarie, ma non sufficienti per risolvere una perdita di competitività ed una deindustrializzazione che partono da molto lontano.

Io credo, Matteo Renzi, che il processo di cambiamento che hai promesso ai tuoi elettori sia fondamentale, ma le resilienze culturali ed organizzative all’interno del partito non saranno facili da superare. Che spingere il parlamento ed il governo a fare, finalmente, sarà costantemente affogato dalla melassa organizzativa e culturale della burocrazia e dagli infiniti potentati palesi o nascosti che lotteranno all’ultimo sangue per difendere i loro privilegi. Ed anche tu dovrai ancora lottare.

Io credo, Angelino Alfano, che il centro destra abbia bisogno di un nuovo leader, ma che la sfida sia quella di mettere a punto progetti e contenuti che, francamente non vedo. Solo attraverso questi la leadership diventa reale.

Certamente però qualcosa di importante è successo. Tutti parlano della grande opportunità di cambiamento e tutti la annettono alla giovane età della nuova leadership politica. Io credo che questo sia rilevante, ma il fatto davvero decisivo e che i nuovi leader sono stati capaci di uccidere i loro maestri.

Salvini, Renzi ed Alfano sono figli di un confronto anche aspro, di una lotta contro i miti, le figure di riferimento, da cui sono usciti vincitori.

Per quanto mi riguarda quando io dico “Uccidimi” non invito all’eutanasia, né lancio una richiesta d’aiuto per liberarmi dalla vita che per me non è per nulla un fardello, anzi è ancora ricca di soddisfazioni e di piacere.

È una sfida, uno stimolo, una provocazione per chi è molto più giovane di me.  

Non voglio che siano le istituzioni ad uccidermi. Voglio che lo faccia tu.m Le istituzioni sono vili, piene di pregiudizi, ricorrono a norme confezionate sulla base di statistiche, dispongono di un potere ottuso contro il quale non mi interessa combattere. Un po’ alla volta, senza quasi che tu te ne accorga, ti mettono da parte, tanto sei un prodotto in scadenza, ma non ti guardano mai in faccia quando lo fanno.

Voglio che tu mi uccida sul campo, sfidandomi sul lavoro, sul piano delle idee, dell’energia vitale, della curiosità e della voglia di vedere le cose secondo un punto di vista autonomo, non necessariamente omologato e politically correct. Voglio che l’uno contro l’altro combattiamo fino all’ultimo.

Non aspettarti che io ti lasci il campo, vieni a prendere lo spazio che occupo, dimostra, a me e prima ancora a te stesso, che puoi essere ardito, fantasioso, energico, costruttivo. Creati le tue idee e lotta per queste. Usa tutte le armi che vuoi, io farò altrettanto. Rompi le regole, tanto, peggio di così non possiamo andare.

Ma vedete come viviamo? vi sono disuguaglianze crescenti tra ricchi e poveri, tra chi è garantito e chi non ha nessuna prospettiva. Viviamo in una società anemica e trombona, conformista e dormiente, una società che non ha più alcun riferimento con la realtà. I nostri modelli di riferimento, gli schemi mentali che ci guidano, sono superati. Non servono ricerche sofisticate o statistiche, guardati attorno, parla con le persone.

Cosa aspetti? Che le cose evolvano in una direzione più giusta e più costruttiva per creare un futuro migliore? che noi vi lasciamo lo spazio che, degnamente o indegnamente stiamo occupando? Quando lo lasceremo libero sarai ancora più vecchio e conformista di me, mio giovane amico, se non impari ad essere rivoluzionario oggi.

Uccidimi, o per lo meno mettiamoci alla prova, lottiamo. Da questa sfida io forse troverò ancora stimoli, tu certamente troverai lo spazio e l’energia per cambiare qualcosa.

Se Salvini, Renzi, Alfano ed altri ancora riusciranno a cambiare le cose non sarà perché sono giovani, ma perché, anche se giovani, hanno saputo lottare ed hanno vinto.

 

 

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La ricetta per l’innovazione: una scuola che educhi all’errore


asinoTutti siamo a favore dell’innovazione poiché sappiamo che è un fattore decisivo per arricchire la nostra qualità di vita e per lo sviluppo economico. È quindi importante pensare a cosa può facilitarla e stimolarla.

Parlare di innovazione vuol dire parlare di competitività, di produttività, di crescita, di miglioramento dei prodotti o dei servizi ed è questo ciò che ogni imprenditore cerca di fare ogni giorno.

Spesso si tende ad esaltare il valore dell’idea, si concentra così l’attenzione sulla cosiddetta creatività, come una certa vulgata è solita fare, ma ciò è semplicistico e riduttivo e non aiuta a comprendere davvero la complessità del fenomeno. Due sono gli ingredienti chiave per realizzarla: l’imprenditorialità, poiché si ha innovazione solo quando i prodotti o i servizi sono messi sul mercato (J.A. Schumpeter, 1911) e l’esecuzione, che è quella che spesso fa davvero la differenza. Anche se è funzionale a spiegare meglio il mio punto di vista non mi piace distinguere tra pensiero ed azione, tra idea ed esecuzione, perché sono convinto, anche in base alla mia esperienza diretta, che l’idea o il progetto si affinino e prendano davvero forma solo durante l’esecuzione. Il fatto è che le idee diventano eccellenti solo quando vi è una esecuzione eccellente, altrimenti rischiano di restare sogni.

Certamente ci sono condizioni specifiche che facilitano l’innovazione e che possiamo sintetizzare in un atteggiamento diffuso al cambiamento all’interno del tessuto produttivo con un forte supporto allo sviluppo scientifico, finanziario, fiscale e istituzionale. È questo un ambito nel quale l’integrazione tra interventi pubblici e privati possono creare favorevoli condizioni nel contesto.

Tuttavia penso che si faccia davvero poco per creare la cultura dell’innovazione, ed in questo moltissimo può e deve fare la scuola.

In Italia il modo di concepire la didattica di qualsiasi livello e grado, non educa al fare ed all’errore facendo qualcosa. L’errore è punito sempre, senza distinguere tra chi sbaglia per pigrizia o sciatteria e chi invece ha un punto di vista autonomo. Questa è la regola, dimenticando che l’innovazione è coraggio di provare strade nuove, quindi anche di sbagliare.

Insegniamo agli studenti come fare bene le cose seguendo tre diverse strade. Da una parte deducendo regole dalla riflessione teorica, cercando poi la conferma nell’esperienza. Dall’altra analizzando un certo numero di casi, che poi utilizziamo per estrapolare principi, che in realtà sono solo elementi o relazioni che si presentano sistematicamente alla nostra osservazione in un certo momento. Ed infine studiando singoli casi di successo, deducendo da questi le regole. Questi ultimi approcci empirici sono certamente interessanti, ma sono soggetti a tre distorsioni: la storia narrata non corrisponde necessariamente a quanto è realmente avvenuto; chi studia un caso ha sempre un suo punto di vista che interferisce nella fase di interpretazione; ed infine poiché la situazioni non sono replicabili, ogni esperienza, specie se legata a contesti, momenti storici o persone, è un unicum.

Evidentemente la validità del metodo empirico dipende dalle discipline, in linea di principio nelle scienze sperimentali, dove la replicabilità di un fenomeno è sempre possibile, è perfettamente accettabile. La scienza procede attraverso ipotesi e sperimentazioni per falsificare gli errori. Ma quando ci troviamo nell’ambito delle scienze non sperimentali questo approccio può non essere così affidabile.

Insomma ogni volta che è possibile nell’attività didattica cerchiamo di creare delle best practice, a volte magari anche tirando un po’ troppo la coperta. In realtà l’unica cosa che realmente possiamo fare è lavorare sul metodo, non sul definire regole; insomma possiamo occuparsi più di come fare le cose, piuttosto che sul cosa è giusto oppure sbagliato.

L’essenza dell’innovazione è la propensione a rischiare, a fare qualcosa che nessuno aveva fatto prima, non può quindi rientrare nelle best practice.

Perché l’idea nasca e diventi davvero innovazione abbiamo bisogno di makers con quella apertura mentale a rompere gli schemi che deriva, a prescindere dal carattere e dal talento di ciascuno, dalla disponibilità a sperimentare, anche sbagliando. Non credo di dire nulla di particolarmente nuovo, ma sento pochi affrontare il tema dell’innovazione in questi termini. La nostra storia economica recente non lascia dubbi: l’Italia è cresciuta negli anni ’60 perché si sono verificate contemporaneamente due condizioni, che spesso convivevano nella stessa persona: approccio imprenditoriale e capacità artigianali nel fare. Queste condizioni, che allora derivavano dal grande numero di artigiani di qualità e dalle condizioni del paese nel dopoguerra, oggi devono diventare una cultura ed un atteggiamento diffuso.

Ci consoliamo parlando tanto di italica creatività per sopperire ad una italica diffusa tendenza all’improvvisazione senza metodo.

La scuola deve educare al fare, deve formare makers. Certamente abbiamo bisogno di professionisti preparati nell’ambito della gestione, della finanza, della comunicazione, ma non possiamo continuare a lungo ad ignorare che abbiamo bisogno di tecnici, di ingegneri veri che sappiano come si fanno le cose, poiché è da questi che possono nascere le nuove aziende. Che cosa sta facendo la nostra scuola perché le persone che hanno predisposizione all’imprenditorialità abbiano un processo formativo che le aiuti a dare vita ad aziende capaci di fare i prodotti del futuro?

Gli imprenditori come Adriano Olivetti, per citare solo uno degli italiani, sono rari e non vengono certo creati dal sistema scolastico, ma la scuola può distruggerne le potenzialità invece di svilupparle.

Nessuno può pretendere che la scuola sviluppi nelle persone qualità come la determinazione, la positività, il coraggio di rischiare, ma forse è possibile una scuola che incoraggi a provare nuove soluzioni, a sperimentare percorsi che nessuno mai prima ha immaginato, una scuola che non punisca gli errori di chi cerca strade nuove con passione e curiosità. Non è un paradosso pensare di educare all’errore se si vuole aumentare la propensione delle persone all’innovazione.

Naturalmente nessuno, neanche la scuola, può fare qualcosa per sviluppare il talento.

Alberto Alesina – I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA – Corriere della Sera


OLYMPUS DIGITAL CAMERAproprio così! questo è il titolo di un pungente e ben articolato scritto del professor Alesina (bio). devo dire che i miei venticinque lettori si sono dati molto da fare e solo oggi, dopo 28 tentativi Geoffrey ci è riuscito. questo è l’articolo e vale la pena leggerlo perché è ancora attualissimo. Peccato che poi non ha più sostenuto questa tesi, per quanto ho potuto verificare. I fatti  stanno dando ragione a quanto il professore sosteneva nell’articolo. grazie a quelli che ci hanno provato.

Antonio

Chi l’ha detto? I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA


pecore Cambiare opinione è caratteristica dei grandi. “Un uomo che si vanta di non cambiare mai opinione è un cretino che crede all’infallibilità” diceva Goethe Non solo è lecito, ma a volte è sano. Dimostra feconda capacità di dubitare, onestà intellettuale, serietà scientifica. Cambiare opinione però è difficile (ecco perché i grandi sono pochi).
A volte cambiamo opinione perché l’esperienza quotidiana ci dimostra che ciò che sostenevamo prima, anche con convinzione, non è vero, oppure perché qualcuno ci dimostra che la nostra opinione era sbagliata. Una delle grandi catastrofi della nostra epoca è proprio il fatto che spesso restiamo abbarbicati alle nostre opinioni e ci sembra di tradire ogni volta che esprimiamo un dubbio o proponiamo un punto di vista diverso. Ma a volte tradiamo le nostre opinioni perché le passioni o, peggio, l’interesse, ci portano a modificarle, anche in maniera radicale.
La discussione sull’euro è attuale, per alcuni sembra una bestemmia, ormai “ce lo chiede l’Europa” è diventato un mantra assurdo ed autodistruttiva. Economisti di fama si espongono in una direzione o nell’altra, ma chi dovrebbe decidere, i politici (ammesso che ancora ce ne siano) ha fatto dell’euro un atto di fede. Indiscutibile.
I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA è l’opinione espressa a suo tempo da un noto economista italiano che insegna in una prestigiosa università americana, inventore dell’austerità espansiva, cioè del fatto che le misure di austerità e di rigore non danneggino le economie, ma, anzi, al contrario, aiutino la ripresa economica. Oggi non parla più così, eppure a me sembra che nessuno degli argomenti che ha utilizzato nell’esprimere la sua opinione si sia dimostrato falso, anzi semmai le sue tesi sono rafforzate dall’evidenza empirica: L’euro non è un bluff, peggio, è una catastrofe.
chi l’ha detto? sono certo che i miei venticinque lettori, di manzoniana memoria, me lo sapranno dire.

Non si può andare avanti così


milano

ormai ce ne rendiamo conto tutti: siamo nella nebbia. Siamo tutti coscienti della situazione, ma il problema non si affronta davvero. Non si cercano serie alternative ai timidi passettini o alla tecnocura da elefante somministrataci dannosamente.

Se la cura non funziona (e non funziona) bisogna partire da qualcos’altro. Da dove ricominciare?

La politica: non c’è un progetto capace di modificare decisamente la situazione, ma solo tanti, troppi slogan. La classe politica si arrabatta da troppi anni senza portare a casa un risultato vero, intanto la situazione del paese si deteriora visibilmente e la crescita è ferma da un ventennio. Le graduatorie internazionali ci vedono in caduta libera per occupazione, crescita, chiusura di aziende, multinazionali che abbandonano l’Italia, inasprimento fiscale, domanda interna in crollo. Siamo in ritardo su tutto: piano per le infrastrutture, agenda digitale, semplificazione, riduzione del cuneo fiscale. Intanto ogni trimestre il debito pubblico aumenta ed il PIL diminuisce.

La situazione sociale: peggio dei numeri è l’aria che si respira: tensione, sfiducia nel futuro e nelle istituzioni, giovani che lasciano l’Italia alla ricerca di occupazione, politici che litigano bisticciano strillano fanno battute che non fanno ridere, parlano per slogan, tanto se non succede nulla è sempre colpa di altri. Siamo tutti più preoccupati e più tristi.

L’Europa: non basta il fatto che siamo avviliti di nostro: ogni giorno Olli Rehn ci bacchetta. Ma chi cavolo è Olli Rehn che viene a dirci cosa dobbiamo fare, mentre i trattati ci obbligano a rispettare il vincolo di bilancio, ma non ci dicono (per fortuna) come farlo. Ed assieme a lui FMI, BCE, BRI ed una massa di eurobucrati, che si sommano ai burocrati nazionali e pontificano che “È l’Europa a chiedercelo”.

Che fare? Siamo in una situazione in cui è indispensabile uno shock, altro che pannicelli caldi! Dobbiamo ricostruire non solo una situazione economica molto degenerata, ma soprattutto dobbiamo recuperare orgoglio, voglia di rimboccarsi le maniche, fiducia. Non è facile. Una cura lenta, con risultati praticamente inavvertibili, non fa ripartire né l’economia, né tantomeno la fiducia.

Ci vuole una scossa: scelte forti o non se ne esce e quella che fino a qualche anno fa era una grande potenza economica si troverà definitivamente emarginata.

  1. Applicare il federalismo ed i costi standard con una chiara divisione delle attribuzioni e taglio dei costi centrali.  Così avviene in Austria, Australia, Canada, Germania, Svizzera e Stati Uniti. Lo scopo è quello di ridurre la spesa pubblica e renderla più efficiente; se ne è parlato troppo, ma non si è fatto praticamente nulla.
  2. L’Europa e l’euro così non vanno proprio. Tanto per dirne una (delle tante) il cosiddetto fondo salvastati ESM ha una dotazione di 700 miliardi di euro, versati pro quota dalle nazioni che aderiscono. L’Italia è il terzo azionista con il 17,91% lo finanzia con 14 miliardi all’anno. Come vengono impiegati questi fondi? Acquistando quasi esclusivamente titoli pubblici tedeschi! L’Italia ha contribuito con 125 miliardi di euro… ma a noi niente. Con 14 miliardi all’anno quanti problemi potremmo risolvere?
  3. Semplificare, semplificare, semplificare. Per garantire efficienza. Ieri mattina ho incontrato dal gommista un imprenditore che ha spostato tutte le sue attività (350 milioni di euro l’anno) in Francia (sic!). Per ampliare lo stabilimento ha ottenuto i permessi in 22 giorni. Semplificare burocrazia, funzionamento dei servizi, giustizia… semplicemente semplificare!
  4. Ci vuole un progetto di rilancio concreto che parta dalla valorizzazione di ciò che sappiamo fare meglio o dalle cose in cui potremo eccellere. Se pensiamo di risolvere i nostri problemi di crescita e di lavoro diventando i leader dell’innovazione tecnologica, ebbene moriremo prima. Certo che bisogna investire in tecnologie, ma prima di tutto per valorizzare il manifatturiero, l’agricoltura, il turismo. Bisogna riprogettare tutto e bisogna farlo presto mettendo assieme i saperi tradizionali che ci caratterizzano e l’innovazione. Il modo migliore per vincere è quello da fare meglio ogni giorno le cose in cui si è bravi andando verso l’eccellenza.
  5. Le diseguaglianze sociali aumentano e la politica deve tornare ad occuparsi delle persone: deve occuparsi di aumentare l’occupazione, il reddito medio disponibile e migliorare i servizi. Le persone non sono numeri, non bisogna pensare solo al PIL. Bisogna ricominciare a fare delle cose che sono scelte perché sono giuste, non perché sono  misurabili da qualche banca d’affari o da astratti modelli economici, che più di una volta si sono dimostrati fallimentari.

Basta con il politically correct, basta col buonismo, basta con il voto come espressione di tifo calcistico. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio del fare, della nostra cultura e delle nostre radici. Testa bassa e fare.

Non sono un complottista, ma la tentazione è forte.


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Vaglielo a dire ai Greci, agli Spagnoli ed agli Italiani che qualcuno ha sbagliato i conti! che non è vero che avremmo lavorato un giorno in mano e che avremmo guadagnato di più. Ma nessuno glielo dice. La politica dov’è? dove sono i politici? esistono ancora politici?

In Europa alcune nazioni tra le quali l’Italia stanno vivendo un periodo di profonda difficoltà: disoccupazione giovanile al 40%,  esodati, calo dei consumi, riduzione del supporto pubblico ai più indigenti, paura per il futuro, tassazione crescente e così via, a causa di una visione degli economisti pericolosa e per di più basata su presupposti falsi.  Certamente è utile che il debito pubblico sia ridotto, ma nessuno ci obbliga a farlo con i tempi e le modalità che ci vengono imposte. Questa scelta è il risultato della perversa interazione tra l’incompetenza dei politici, e lo strapotere di burocrati e di economisti arroganti. L’euro è probabilmente la causa prima: un Frankenstein frutto di una esperienza di laboratorio fatta sulla pelle delle persone. L’euro non è l’Europa.

  1. le politiche di austerità sono una conseguenza di uno studio di due illustri professori di Harvard: Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart  che avevano dimostrato, in un osannato articolo scientifico, che quando l’indebitamento supera il 90% del PIL la crescita è praticamente impossibile. Nessuno, tanto meno i due megaprofessori, o la rivista “scientifica” che ha pubblicato l’articolo, aveva mai avuto il tempo di controllare i calcoli e tutti a prendere per oro colato io verdetto di questi scienziati: bisogna abbassare il debito sotto al 90% altrimenti non vi può essere crescita. Un giovane studente di economia ha controllato il foglio di Excel ed ha scoperto che i conti non tornavano. Si continua a crescere, magari un po’ meno, ma si cresce anche con un debito alto.
  2. La funesta Troica (BCE, IMF, EU), funesta non solo per le sue ricette iper-rigorose, ma anche perché questi economisti vestono tutti come becchini (è una divisa internazionale di chi opera in finanza) aveva messo a punto una ricetta che si basava sul fatto che ad ogni punto di riduzione del debito pubblico corrispondeva una contrazione del PIL di ½ punto. Non è proprio un affare, ma insomma. Ridurre il debito attraverso magari un incremento delle tasse produceva un impoverimento della metà. Ma i sacrifici richiesti dalla riduzione del debito (vedi punto precedente) erano ampiamente ripagati dalla possibilità di crescita. Blanchard, il Capo Economista del FMI, dopo essere stato uno dei dottori che più ha somministrato questa ricetta,  in un libro dal titolo Errori Previsionali di Crescita e Moltiplicatori Fiscali ha ammesso che i calcoli erano sbagliati. Per ogni punto di riduzione del debito il PIL si contrae di oltre l’1,5%. Capite bene che così è un disastro, più riduci il debito meno cresci. Insomma questi imponevano cure draconiane senza essere sicuri degli effetti: in pratica stavano uccidendo il paziente. Blanchard è l’unico che ha ammesso l’errore, ma nessun altro lo ha fatto. Addirittura Mario Draghi ed il professor Monti continuano, come gli altri governanti europei, a raccomandare o a imporre le ricette e le prescrizioni dei becchini della Troica, incuranti degli errori. Insomma questi inauditi sacrifici non solo non erano necessari, ma rischiavano di essere dannosi ed è questo forse il motivo per cui le cosa vanno di male in peggio.  Tutte queste cose non erano necessarie, anzi probabilmente sono la ragione per cui l’economia del paese sta andando sempre peggio.
  3. L’euro ha certamente rafforzato il sistema delle grandi banche. La gestione del debito dei Paesi del sud Europa, l’impegno a mantenere la parola data (il fiscal compact sottoscritto dal governo Monti ci obbliga a tirar fuori ogni anno 45 miliardi di euro per ridurre il nostro debito)  oltre alle cifre necessarie per onorare gli interessi sul debito pubblico, sono diventati il paradigma della nostra credibilità come nazione. In realtà il debito è denaro che produce altro denaro: continuiamo a piazzare titoli per coprire gli interessi sul debito. I nostri moderni stregoni hanno deciso che il mercato deve stabilire la misura di tali interessi e lasciano così ampio spazio alla speculazione. Quando si è trattato di finanziare il sistema bancario la BCE ha prestato loro soldi a tassi di estremo favore,  ma ciò non vale per gli Stati, che devono dipendere dal mercato e che si continuano ad indebitare per pagare gli interessi, agendo un po’ come fanno gli usurai. A me sembra più logico che siano le banche a pagare il denaro a seconda degli umori del mercato. Sarebbe anche bastato, per fermare la speculazione, che la BCE decida di operare come prestatore di ultima istanza, cioè si impegni ad acquistare ad un tasso minimo i titoli invenduti, vanificando ogni possibile speculazione finanziaria. Le entrate fiscali in Italia, al netto degli interessi sul debito, superano di gran lunga le uscite (che pure andrebbero ridotte) col disavanzo potremmo coprire il debito, ciò che ci frega sono gli interessi negoziati sul mercato.

Chi trae vantaggio da questa gestione dell’Euro imposta da economisti arroganti e politici incompetenti? Cui prodest? Il grande sistema finanziario che specula.

Non sono un complottista, ma insomma la tentazione di pensarci ti viene.

Errori: noi parliamo, parliamo, parliamo…LVMH e Kering comprano.


loro painapieno agosto di qualche anno fa, grande caldo, sono a Roma per un appuntamento di lavoro con un Vice Ministro che ha l’incarico al commercio con l’estero. Incredibile, forse qualcosa sta davvero cambiando. Brevissima attesa ed ecco arrivare l’onorevole-vice-ministro con un altissimo dirigente …ci accomodiamo in un salottino un po’ troppo anni ’70. Il tema dell’incontro è cosa fare per aiutare nell’export le PMI manifatturiere dei settori tradizionali. Introduzione ministeriale: bisogna investire solo sui settori innovativi, concentrare i soldi su chi produce innovazione, il futuro è lì.

L’onorevole ed il megadirettoregenerale sono ben vestiti: scarpe inglesi, abiti di sartoria, curati senza esagerare. Mentre il superburocrate mi esponeva le linee guida che definivano quali aziende supportare facevo due conti: almeno 3.000 euro per i vestiti e le scarpe, orologio superclassico da 5.000 euro. Ma dov’è l’innovazione…ah si, ha il Blackberry!

Ho cercato di far capire che la qualità è importante, che una nazione produce ricchezza organizzando le risorse e le competenze che ha (non quelle che vorrebbe avere) per produrre qualcosa che è interessante per il mercato, in questo è come un’azienda. Certo che bisogna innovare, ma che bisogna sempre supportare le nostre competenze distintive per salvare aziende e occupazione. Se le abbandoni perdi quello che hai, e che magari vale anche per esportare, e forse non hai ancora il nuovo. Dopo un’ora di discussione niente da fare. La sentenza era già scritta: i soldi, da sempre pochi, vanno all’innovazione. L’intendance suivrà, come diceva De Gaulle nel 1958, intendendo che gli altri problemi si sarebbero risolti da soli. Il Made in Italy è forte, sviluppiamo l’innovazione ed il manifatturiero ne gioverà di conseguenza. Poi è successo che non abbiamo sviluppato innovazione e che l’intendance non ha seguito…ed eccoci ad oggi.

Stiamo vendendo il cosiddetto Made in Italy e ce lo pagano anche bene (spesso con concambi azionari). La lista è lunga: Bottega Veneta, Brioni, Bulgari, Fendi, Gianfranco Ferrè, Gucci, Acqua di Parma, Pomellato, Emilio Pucci, Sergio Rossi, Valentino e sono convinto di averne dimenticato più di uno. Tanti acquisti nella moda e nella gioielleria, ma anche tanti negli alimentari Algida, Bertolli, Carapelli, Sasso, Santa Rosa, riso Flora, Parmalat, Galbani, Invernizzi, Cademartori, Locatelli, Buitoni, Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso, la Valle degli Orti, Peroni, Gancia e adesso hanno comprato anche Cova….

Di contro poca roba: Barilla ha comprato Harry’s e Wasa, Luxottica ha acquistato la mitica RayBan. Vabbè, poi c’è Fiat, che ha comprato Chrysler, ma rimarrà un’azienda italiana?

Se il Made in Italy esiste ha più l’aspetto della reputazione che quello di un vero e proprio brand.  Il Made in Italy infatti è solo la risultante non governata di alcuni fattori che, in particolare dagli anni ’60 in avanti, lo hanno creato: film che hanno raccontato la fantastica qualità di vita in Italia, meravigliose città ricche di storia e di arte, una campagna invidiata, una cucina semplice e non pasticciata con ingredienti come li faceva il territorio, un artigianato di grande tradizione, sapiente e raffinato, l’ambizione di alcuni imprenditori che hanno saputo trasformare la bottega in azienda senza perdere la ricercatezza del prodotto. Tutto qui, e non è poco. Cosa rimane oggi? I nostri cuochi amano farsi chiamare chef, le nostre città ed i nostri monumenti sono allo sbando, le nostre aziende vendono, e forse non possono fare diversamente.

Il problema non sono loro, le holding straniere che comprano, che si appropriano dei nostri marchi, che sfruttano una nostra lontana reputazione ed un grande savoir faire (ormai al lumicino), il problema siamo noi che siamo costretti a vendere!

Certo è difficile mettere assieme qualità artigianale e tradizione in un mercato che richiede sempre maggiori investimenti per crescere. Bisogna fare sinergie. Bisogna supportare l’apertura dei nuovi mercati del Far East con negozi diretti, con attività promozionali e le nostre aziende, anche quelle di successo, non solo non hanno i soldi, spesso non hanno neanche le competenze per esportare davvero.

Non aiuta uno Stato esoso e stupidamente complicato che soffoca chi lavora tra pastoie e trafile burocratiche e una tassazione stellare. Sicuramente di volta in volta dietro queste vendite ci sono anche motivazioni specifiche: capitalismo familiare che frammenta troppo le quote di proprietà, nuove generazioni di imprenditori non sempre all’altezza, necessità di supporto finanziario per restare competitivi, ed altre ancora.

Ma perché i cugini francesi, da sempre campioni veri del lusso, non parlano di Made in France, ma acquistano le nostre aziende?

Perché hanno capito quanto è importante il prodotto per fare brand e quindi sono davvero interessati al nostro diffuso savoir faire di cui noi tanto parliamo, ma non abbiamo fatto niente per preservarlo e svilupparlo, se non evocare un mistico made in Italy.

Perché, credendo nella manifattura di qualità, mentre i nostri imprenditori speculavano sull’acquisizione di aziende ex pubbliche con forti rendite di posizione, hanno fatto nascere gruppi forti di denaro e competenze manageriali  specialistiche, che noi forse non abbiamo saputo costruire. Ora, approfittando della crisi economica, fanno shopping.

Perché forti di liquidità e capacità manageriali sanno supportare e far crescere brand utilizzando le sinergie interne ai gruppi.

Perché ci credono.

E noi? In questi anni politici, professori e giornalisti ci siamo persi a discutere di Made in Italy, social media, fashion, luxury, social corporate responsibility, agenda digitale, innovazione (poi non siamo stati nemmeno capaci di farle); comunque tutti argomenti “in”.

Prodotto, artigianato, qualità, manifatturiero, insomma gente che lavora davvero, tutti argomenti “aut”.

Abbiamo perseguito una politica di slogan; facciamo un convegno sull’innovazione, chi-se-ne-frega-di-cosa-parli-esattamente, tanto fa notizia, vengono politici e giornalisti; parli del fatto che non ci sono più prototipisti, modellisti o artigiani qualificati… ma queste robe sono vecchie, non contano. Si ma i prodotti, quelli che la gente compera, chi li fa? Il marketing?

Qualche giorno fa ho ascoltato alla radio Giancarlo Loquenzi che intervistava Paolo De Ioanna, Consigliere di Stato dal 2001 che è stato anche Capo gabinetto di alcuni importanti ministeri e segretario generale della presidenza del Consiglio. Francamente non mi sembrava di sentir parlare un superburocrate, insomma, mi è sembrato uno davvero in gamba. Mi ha colpito un’osservazione: la burocrazia italiana è composta per la stragrande maggioranza, circa l’80%, da teorici: giuristi, economisti, sociologhi, professori. Questi sono bravissimi a studiare procedure, ma non comprendono nulla dei contenuti, non hanno la cultura del fare. Forse è per questo che produciamo tante leggi; una selva oscura senza sostanza, senza contenuti, ma con tanti, tantissimi principi. Vuoi cambiare qualcosa: ci pensano loro a citarti il comma giusto, facendo, se serve, anche riferimento ad un Regio Decreto. Ma sono esperti in procedure, non in azioni diceva De Ioanna.  In altre nazioni le proporzioni sono profondamente diverse: in Francia nella burocrazia c’è meno del 40% di teorici, ma le leggi le fanno gli ingegneri, i fisici, insomma, quelli che sono formati e sono bravi a fare cose, quelli che oggi chiamiamo makers!