Hai un buon capo? la risposta in sei domande


capoSei appena tornato dalle vacanze, quest’anno meno lunghe del solito, forse è proprio per questo che ti senti già terribilmente insoddisfatto, demotivato e annoiato; la mattina ti alzi e sei svogliato, fai davvero fatica a carburare. O, peggio, andare al lavoro è diventato fonte di ansia e non sai mai cosa può succedere (certamente nulla di buono). Oppure ti sembra che tutti in azienda siano irritabili e stiano per ammutinarsi e tu, invece, ti senti un incapace, la tua vita è diventata un inferno e rischi l’ulcera.

Forse hai solo bisogno di una vacanza vera, oppure devi cambiare stile di vita, o, ancora, è arrivato il momento di chiederti se hai un buon capo.

Questa domanda è opportuna anche quando sembra che tutto vada per il meglio perché non solo un buon capo ha impatto sulla tua qualità di vita, ma ti consente di crescere professionalmente, ti offre opportunità reali di apprendere e di sviluppare il tuo percorso di carriera. La maggior parte di questi fattori dipende certamente dalle qualità del tuo capo diretto.

Cerchiamo di intenderci. Un buon capo non è certamente chi gioca a fare l’amico, chi non cazzia mai nessuno, chi gestisce come se si fosse tutta una famiglia, o, ancora, chi va a farsi la pizza o l’aperitivo con i suoi. Queste non sono, infatti, né condizioni necessarie, né sufficienti, anzi, nella maggior parte dei casi diffido di questo tipo di comportamenti, specie quando non c’è altro. Sanno troppo di banale ricerca di popolarità e consenso. Il problema è più complicato.

Un bravo capo deve essere prima di tutto un bravo manager, questa a ben vedere è una professione nuova e complessa, quindi per decidere in cosa consistano le qualità di un bravo manager è utile partire dalle diverse riflessioni sul management. Molti tra gli studiosi di strategia si sono confrontati con la definizione delle qualità manageriali proponendo di volta in volta visioni diverse, da una parte P. Drucker (The Practice of Management, 1954) che riteneva che l’attività manageriale fosse assimilabile ad una scienza e non credeva nel futuro dell’intuizione, dall’altra chi come H. Mintzberg (The Nature of Managerial Work, 1973) crede che sia soprattutto una pratica in cui contano il carattere e l’esperienza radicata in uno specifico contesto. Ed è proprio l’aspetto del contesto che rende difficile definire in maniera univoca se un manager è bravo o meno. Le caratteristiche che rendono bravo un manager dipendono infatti anche dal settore in cui opera o dalle funzioni di cui si occupa, dalla dimensione dell’impresa, dalla fase del ciclo di vita che questa attraversa e dal livello che questi occupa nell’organizzazione.

Su un aspetto tutti concordano e riguarda i risultati: un bravo manager si adopera per raggiungere gli obiettivi, ha la capacità di decidere, sa organizzare e gestire. Ma oltre ad essere un bravo manager per essere un buon capo deve avere ancora altre qualità.

Di seguito propongo una serie di punti su cui riflettere che possono aiutare a valutare in maniera più obiettiva. Puoi utilizzarli tutti, scartarne alcuni oppure aggiungerne altri, a seconda delle tue aspettative, ma, ancora una volta, quello che conta è il metodo.

  1. Il tuo capo conosce il suo lavoro? spesso si sottovalutano le competenze professionali; è vero che in azienda non sono tutto, che ci sono altri aspetti che spesso determinano il raggiungimento di una posizione manageriale come il carattere, il carisma, la capacità di sviluppare empatia nei confronti degli altri o magari le possibilità “politiche” o relazionali, ma la sua competenza per te è fondamentale, per crescere professionalmente. Lavorando assieme puoi apprendere ogni giorno quello che non si trova sui libri: sviluppare la sensibilità ai problemi, approfondire la conoscenza dei mercati e delle peculiarità del settore in cui lavori, conoscere meglio concorrenti e clienti.
  2. Sa negoziare gli obiettivi? Una condizione essenziale per raggiungere gli obiettivi, elemento fondamentale per la valutazione di un manager, è la capacità di saperli negoziare. Sia quelli relativi a lui ed alla sua area funzionale, che quelli che attribuisce ai suoi collaboratori. La negoziazione degli obiettivi è un ottimo punto per valutare sia il realismo che l’ambizione; sia la capacità di valutare le risorse di cui dispone, sia l’attitudine a motivare nel modo giusto la sua squadra.
  3. Ha a cuore la tua crescita professionale? Al di là delle parole o delle espressioni di simpatia non è difficile valutare se davvero crede nella tua possibilità di crescere e crea per te le giuste opportunità. Lo puoi capire prima di tutto dal tipo di obiettivi che ti assegna: le sue aspettative devono essere chiare, i criteri di valutazione condivisi. Gli obiettivi devono essere significativi al punto da stimolare la tua competitività, spingendoti a gareggiare con te stesso per migliorare. Senza questi stimoli non si cresce, il lavoro diventa routinario e noioso.
  4. Come tratta i suoi collaboratori? Tratta i suoi collaboratori sostanzialmente come tratta i suoi capi. Certo che non può essere esattamente la stessa cosa, ma se lo stile nella relazione è lo stesso è certamente una persona equilibrata, serena, sicura di sé. Non conta tanto a mio parere analizzare a cosa dedica tempo, se spiega e rispiega, se è sorridente, se è severo, ma giusto. Conta prima di tutto il fatto che sia autentico. Questo è il modo migliore per valutarlo.
  5. È attento ai dettagli? L’esecuzione è fondamentale. Ho visto più volte strategie che avevano tutte le caratteristiche per essere considerate brillanti bruciate da una non adeguata esecuzione. L’esecuzione è cura dei dettagli, è dentro ai dettagli che si nasconde il diavolo, dice un vecchio proverbio. Un capo non si ferma alla definizione al livello macro dei progetti, ma ha un atteggiamento quasi maniacale nel controllo. Quelli che dall’interno di un’azienda sembrano particolari irrilevanti, possono essere per i nostri clienti gli elementi percepibili di differenziazione. Non si accontenta mai il buon capo, verifica tutto e spinge tutti. Viviamo nell’epoca della eccellenza, come Tom Peters predica dal 1972 (In Search of Excellence), il mercato oggi è globale e il cliente sceglie tra innumerevoli prodotti che possono apparirgli tutti simili e similmente capaci di soddisfare le sue necessità. In questo contesto i dettagli fanno la differenza e non si possono più delegare limitandosi a dettare le linee guida. Strategia ed esecuzione sono ormai una cosa sola.
  6. Vuole che i suoi crescano in termini di competenze e di ruoli, anche al prezzo di perderli perché poi vanno a lavorare in altre aziende. E quindi non prende il merito per il lavoro dei suoi collaboratori, anzi attribuendo loro i giusti meriti, li motiva e li promuove all’interno dell’azienda. Quando ho cominciato a lavorare un manager di successo degli anni 70 (allora si chiamavano dirigenti) mi spiegò un suo trucco: se ti circondi di collaboratori capaci e ambiziosi questi crescono e sei costretto ogni giorno a migliorare, se invece ti circondi di figure modeste (così non rischi il tuo ruolo) ogni giorno peggiori. Lui lo chiamava il paradigma della matrioska!

Un suggerimento per finire: il problema potresti essere tu! Aspettative sbagliate, valutazione eccessiva delle proprie capacità, troppa ambizione sono almeno altrettanto frequenti dei manager incapaci o dei cattivi capi.

Antonio

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5 consigli per chi da poco lavora nel lusso.


imagesProvateci anche voi! Ho digitato luxury su Google ed ho ottenuto 239.000.000 di risultati: una concessionaria tedesca di auto usate, un burger restaurant, la personalizzazione con cristalli Swarovski di oggetti diversi, un agriturismo in Toscana e poi riviste, oggetti, servizi, ma nessuno di questi rimandi, almeno nelle prime pagine, portava a qualcosa che avesse realmente a che fare con il lusso.

Niente di strano: è una parola abusata che è poco adoperata da chi realmente può fregiarsene. Farlo non è segno di classe e di buon gusto; agli altri, ai clienti, il giudizio.

Il lusso: l’ABC

Lusso è certamente un termine ambiguo che fa riferimento ad un concetto ambiguo. Non si può certo dire, ad esempio, che un oggetto sia di lusso solo perché è molto costoso, ma non si può nemmeno dire che un bene sia di lusso senza che sia decisamente costoso.

Gli studiosi e gli addetti ai lavori hanno provato a definire, a segmentare (masstige, lusso democratico, soft luxury, eccetera) con la conseguenza che oggi più o meno tutto sia lusso. Grandi società di consulenza internazionali si esercitano a valutare l’andamento di questo settore (ma come hanno definito il lusso non mi è chiarissimo). Addirittura istituzioni come il parigino Comité Colbert, fondato nel 1954, hanno promosso ricerche, studi, analisi per definirlo; sembra quasi che finalmente ci abbiano rinunciato poiché oggi la loro mission è quella di promuovere il gusto francese, (una specie di Made in France, che almeno hanno il buon gusto o lo sciovinismo di dire in francese) ed in secondo luogo di mettere in opera la strategia collettiva del lusso francese. Noi italiani, maestri, non potevamo non avere un segmento luxury in Borsa Italiana nel quale accanto a Salvatore Ferragamo c’è Geox, c’è Damiani, ma c’è anche Stefanel, c’è Basic Net (Robe di Kappa e Superga) e poi Luxottica, Safilo, Marcolin, Zucchi, Caleffi.
C’è di tutto, manca solo il lusso.
La parola è la più potente di ogni arma, pare che dicesse l’egiziano Ptahhotep circa 5.000 anni fa, e noi abusando della parola le togliamo la forza, la capacità di rappresentare concetti. L’origine della crisi attuale del pensiero critico nasce, in tutte le discipline, dalla confusione semantica che si trova ormai anche nei linguaggi specializzati. Tutti parlano di tutto portando all’eccesso il relativismo culturale. Le parole vengono utilizzate arbitrariamente stiracchiandone il significato, estendendole; il pressapochismo  di un diffuso giornalismo, la necessità di magnificare, esaltare, strizzare l’occhio in maniera compiacente ci portano ad utilizzare parole dimenticando che l’abuso ne svuota il senso e quindi distrugge il pensiero critico.

Non ho nessuna voglia e francamente credo che non sia utile proporvi una definizione da vocabolario. In realtà se riuscite a farvi considerare lusso dai vostri clienti, buon per voi: vi riconosceranno un premium price o vi preferiranno ad altri. Magari quello che è importante e che, se lavorate in un’azienda che in qualche maniera appartiene all’ambito dei beni simbolico espressivi, voi, specie se siete manager, sappiate esattamente dove la vostra azienda si colloca, altrimenti potreste fare danni, e lo abbiamo già visto.

Cinque punti per orientarsi

È proprio a chi vorrebbe lavorare in questo ambito o si è appena avvicinato per studiarlo che voglio dare qualche suggerimento che deriva da una lunga esperienza di lavoro e di studio in questo settore.

Parlare di lusso vuol dire parlare di prodotti perché il lusso è prima di tutto un prodotto. Solo attraverso questi una marca, se ha un suo DNA ed ha le competenze necessarie, può divenire marca del lusso.

  1.  C’è grande confusione tra marca e prodotto di lusso. Paradossalmente il prodotto di lusso per essere davvero unico ed esclusivo non ha marca. Per altro vale la pena ricordare ricordare che  non tutti i prodotti delle cosiddette marche del lusso sono prodotti di lusso e questa scelta è funzionale al business.
  2. Definiscilo come vuoi, ma il lusso è un gradiente, è un continuum da zero ad infinito. Nella nostra cultura occidentale, specie in quella attuale, siamo portati ad una valutazione per estremi: si o no, è di lusso o non lo è, è marca o non lo è. La realtà si esprime per gradi con continuità. Solo il confronto tra prodotti ci consente di provare a metterli in ordine. La valutazione di ciò che è lusso funziona meglio se confronti due o più prodotti o servizi.
  3. Se vuoi considerare la moda come parte del lusso, fai pure: sappi però che non c’entra niente. Il prodotto di moda, ad esempio, ha per sua natura un carattere effimero, l’oggetto di lusso è per sua natura atemporale, non perde valore con il passare degli anni, anzi a volte questo si accresce.  Pochissimi prodotti che appartengono all’ambito della moda, in genere si tratta di accessori, ma non solo, possono legittimamente essere considerati lusso.
  4. Il lusso per me è passione per il prodotto, per come è, per la sapienza manifatturiera da cui nasce, per  la cultura che lo ha generato. Per alcuni è diventato frenetica eccitazione di possesso, gnaulii e scodinzolamenti eccitati, esibizione. Quando vedo un prodotto di lusso mi viene forte la voglia di conoscere chi lo ha fatto, di capire di vedere mentre il prodotto nasce. È apprezzamento per la qualità ed in quanto tale educa al bello ed al fatto bene. Certo che la marca conta, ma viene sempre dopo il prodotto.
  5. Attenti a chi parla troppo di esperienza. C’è un’esperienza che nasce dal rapporto con il prodotto e questa arricchisce, è memorabile, e poi c’è la sovrastruttura: tutto ciò che serve per andare sul mercato approfittando della confusione quando non hai il prodotto.  Forse è l’ora di tornare alle cose vere.

Infine un consiglio, forse il più importante. Quando ti avvicini ad un settore, qualsiasi esso sia, sappi che c’è quasi sempre in images (1)azienda qualcuno avanti negli anni, donna o uomo, che ha passato la vita vicino al prodotto.
È facile da riconoscere: è orgoglioso di quello che fa,  ha amore per il suo lavoro, forse è un po’ burbero, ma se scopre che hai vero interesse ti insegnerà tante cose.
Parlaci ed imparerai.

 

5 consigli per fare meno riunioni o almeno renderle più produttive


riunione noiosaIl dottore è in riunione, può richiamare? oppure …scusami, sono in riunione, possiamo sentirci più tardi? Le varianti sono tante, ma il succo è sempre quello e gira attorno a una parola: riunione. Una parola magica che si utilizza che si stia decidendo delle sorti dell’azienda, o che si stia facendo quattro chiacchiere -utili per carità per il clima aziendale- per raccontarsi l’ultimo weekend! Una soluzione che consente di filtrare un rompiscatole o di rimandare una risposta dovuta a qualcuno (chi non lo ha mai fatto scagli la prima pietra). Ma cosa sono le riunioni e, soprattutto, perché la vita dei manager è sempre più caratterizzata da questa attività che assorbe tempo ed energie, è costosa e, a pensarci bene, temo che a volte produca più danni che benefici?

Non che io sia contrario per principio alle riunioni, ma le loro finalità ed il modo con cui sono condotte a volte mi lasciano qualche dubbio. Ognuno è libero di organizzare riunioni. La libertà di farlo, purché in modo pacifico e senza armi (sic!), è garantita dall’articolo 17 della Costituzione e, giustamente, i manager fanno tante riunioni al punto che in alcuni casi è diventata una sorta di patologia. Non a caso alcune aziende hanno deciso di darsi un sistema di regole per disciplinarle: come fare per garantire chiarezza negli scopi ed evitare che si discuta di tutto; quando e con quale frequenza farle; come organizzarle; quale durata devono avere; chi deve partecipare e così via.

Ho visto nelle aziende riunioni che servono per aggiornare i partecipanti su specifici temi, per confrontare diverse opinioni, altre ancora per decidere, ed ancora altre per fare tutto questo assieme. Ed è qui in particolare che casca l’asino. La ricerca della condivisione delle responsabilità, il decidere tutti assieme, insomma il consociativismo, o ancora l’utilizzo delle riunioni per creare consenso non fanno parte delle modalità più idonee per gestire un’azienda.

La distanza tra una riunione utile ed una inutile, in alcuni casi addirittura nociva, è sottile e passa essenzialmente attraverso due aspetti: il rispetto dei ruoli e delle responsabilità e la capacità di chi ha ruolo e responsabilità di coprire adeguatamente la propria funzione. Questo vale sia per chi deve decidere che per chi deve eseguire.
Separare la decisione dalla realizzazione in termini di funzioni e di responsabilità è essenziale. Quante volte il fatto che le idee di qualcuno non siano state prese, a suo dire, in giusta considerazione, porta questi ad una esecuzione inadeguata? Quante volte la cattiva esecuzione porta a mettere in discussione le scelte sostenendo che non sono realizzabili? Quante volte si attribuisce la responsabilità dell’insuccesso alla realizzazione e non alle decisioni?

Chi studia il prodotto sostiene che questo non ha il successo atteso perché i venditori non fanno quello che sarebbe da fare. I venditori, da parte loro, vogliono spiegare a chi produce come farlo e quale prodotto è indispensabile sul mercato (magari suggestionati da prodotti che già esistono e che sono stati messi a punto anni prima) e così via in una situazione in cui le funzioni aziendali invece di impegnarsi nel proprio ambito, spiegano agli altri come fare il loro lavoro.

Per me, che troppe volte avevo vissuto con malcelata irritazione convention aziendali e riunioni basate proprio su questo tipico copione, fu illuminante nel 1994 un incontro con Julio Velasco, che ha portato la pallavolo italiana ai vertici mondiali con un palmares invidiabile. Il tema era la cultura degli alibi e gli effetti sulle aziende e dopo il mio intervento l’allenatore raccontò di come l’aveva affrontata e sconfitta grazie ad una semplice decisione: gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono.
Gli imprenditori in aula erano allibiti: ma allora questo gran parlare della gestione del clima, la ricerca del consenso, il fatto di far sentire tutti importanti e capaci di contribuire. Tutto il buonismo diffuso ed il politically correct (spesso i veri alibi) spazzati via in un attimo, sorridendo. È questione di carisma, semplice no?

Un vero leader sa quanto è importante l’esecuzione della strategia, vede il continuum che de-ve esistere tra decisioni e realizzazione. Questa è una disciplina in cui tutti dovremmo esercitarci.
Spesso mi è capitato di osservare che quando in un’azienda vi è confusione dei ruoli si organizzano tante riunioni. Non è solo un problema di mancanza di disposizioni chiare (che pure costituisce spesso un aspetto), ma è un sintomo di mancanza di leadership. È evidente infatti che tra impartire disposizioni, in alcuni casi comandare (non c’è nulla di male in questa parola ormai desueta) ed esercitare la propria leadership vi è una enorme differenza.

Come fare allora a ridurre il numero di riunioni e renderle produttive?
Ecco di seguito qualche suggerimento che deriva dalla mia esperienza professionale e, spesso, è risultato utile alle aziende. Chiarisco subito che, per quanto utili, non vi proporrò le solite regolette che si possono trovare anche su internet come: curare il luogo dell’incontro, stabilire dove ognuno debba sedere, invitare per tempo i partecipanti, riassumere periodicamente, inviare entro due giorni il verbale e così via. Mi concentrerò, piuttosto su quelli che considero i veri aspetti determinanti.

  1. Le riunioni possono avere diversi obiettivi: comunicare ai partecipanti decisioni già prese, fare il punto sull’avanzamento dei lavori, assegnare compiti operativi (briefing), trasferire informazioni, eccetera. Non sono né consigli d’amministrazione, né assemblee di condominio. Quindi non possono essere scorciatoie per decidere, né sono utili se si tenta di coinvolgere gli altri nella responsabilità delle decisioni. Diffido fortemente di formule quali …per discutere di… . Prima di convocare la riunione definite chiaramente l’obiettivo.
  2. Si invita a partecipare chi è realmente utile rispetto all’obiettivo. Preoccuparsi di cosa può pensare qualcuno se non lo si invita, o, in generale, allargare troppo il gruppo è sbagliato. Non è nemmeno detto che tutti partecipino a tutta la riunione.
  3. Ogni volta che si assegnano compiti operativi conviene sempre tenere a mente una semplice regoletta: chi deve fare, che cosa, come, entro quando, a chi riferisce. Poi si controlla.
  4. Se avete convocato una riunione è per raggiungere un obiettivo. Gestite i partecipanti e gli interventi in modo tale da raggiungerlo.
  5. Chiarezza e sintesi sono fondamentali.

Ovviamente il primo consiglio dovrebbe essere: chiediti se questa riunione serve davvero!

Antonio Catalani

(post pubblicato il 14.11.2013 su http://ideas.sdabocconi.it/strategy/)

Uccidimi!!!


gladiatoreMatteo Salvini, Matteo Renzi, Angelino Alfano (quest’ultimo un po’ meno, però) sono giovani e per questo rappresentano per molti la possibilità di rinnovare finalmente la politica e, così, di cambiare probabilmente le tristi sorti di tanti oppressi, depressi da una crisi profonda che non ha solo una natura economica.

Io credo, Matteo Salvini, che abolire l’euro, ridiscutere il quadro europeo, siano condizioni necessarie, ma non sufficienti per risolvere una perdita di competitività ed una deindustrializzazione che partono da molto lontano.

Io credo, Matteo Renzi, che il processo di cambiamento che hai promesso ai tuoi elettori sia fondamentale, ma le resilienze culturali ed organizzative all’interno del partito non saranno facili da superare. Che spingere il parlamento ed il governo a fare, finalmente, sarà costantemente affogato dalla melassa organizzativa e culturale della burocrazia e dagli infiniti potentati palesi o nascosti che lotteranno all’ultimo sangue per difendere i loro privilegi. Ed anche tu dovrai ancora lottare.

Io credo, Angelino Alfano, che il centro destra abbia bisogno di un nuovo leader, ma che la sfida sia quella di mettere a punto progetti e contenuti che, francamente non vedo. Solo attraverso questi la leadership diventa reale.

Certamente però qualcosa di importante è successo. Tutti parlano della grande opportunità di cambiamento e tutti la annettono alla giovane età della nuova leadership politica. Io credo che questo sia rilevante, ma il fatto davvero decisivo e che i nuovi leader sono stati capaci di uccidere i loro maestri.

Salvini, Renzi ed Alfano sono figli di un confronto anche aspro, di una lotta contro i miti, le figure di riferimento, da cui sono usciti vincitori.

Per quanto mi riguarda quando io dico “Uccidimi” non invito all’eutanasia, né lancio una richiesta d’aiuto per liberarmi dalla vita che per me non è per nulla un fardello, anzi è ancora ricca di soddisfazioni e di piacere.

È una sfida, uno stimolo, una provocazione per chi è molto più giovane di me.  

Non voglio che siano le istituzioni ad uccidermi. Voglio che lo faccia tu.m Le istituzioni sono vili, piene di pregiudizi, ricorrono a norme confezionate sulla base di statistiche, dispongono di un potere ottuso contro il quale non mi interessa combattere. Un po’ alla volta, senza quasi che tu te ne accorga, ti mettono da parte, tanto sei un prodotto in scadenza, ma non ti guardano mai in faccia quando lo fanno.

Voglio che tu mi uccida sul campo, sfidandomi sul lavoro, sul piano delle idee, dell’energia vitale, della curiosità e della voglia di vedere le cose secondo un punto di vista autonomo, non necessariamente omologato e politically correct. Voglio che l’uno contro l’altro combattiamo fino all’ultimo.

Non aspettarti che io ti lasci il campo, vieni a prendere lo spazio che occupo, dimostra, a me e prima ancora a te stesso, che puoi essere ardito, fantasioso, energico, costruttivo. Creati le tue idee e lotta per queste. Usa tutte le armi che vuoi, io farò altrettanto. Rompi le regole, tanto, peggio di così non possiamo andare.

Ma vedete come viviamo? vi sono disuguaglianze crescenti tra ricchi e poveri, tra chi è garantito e chi non ha nessuna prospettiva. Viviamo in una società anemica e trombona, conformista e dormiente, una società che non ha più alcun riferimento con la realtà. I nostri modelli di riferimento, gli schemi mentali che ci guidano, sono superati. Non servono ricerche sofisticate o statistiche, guardati attorno, parla con le persone.

Cosa aspetti? Che le cose evolvano in una direzione più giusta e più costruttiva per creare un futuro migliore? che noi vi lasciamo lo spazio che, degnamente o indegnamente stiamo occupando? Quando lo lasceremo libero sarai ancora più vecchio e conformista di me, mio giovane amico, se non impari ad essere rivoluzionario oggi.

Uccidimi, o per lo meno mettiamoci alla prova, lottiamo. Da questa sfida io forse troverò ancora stimoli, tu certamente troverai lo spazio e l’energia per cambiare qualcosa.

Se Salvini, Renzi, Alfano ed altri ancora riusciranno a cambiare le cose non sarà perché sono giovani, ma perché, anche se giovani, hanno saputo lottare ed hanno vinto.

 

 

Alberto Alesina – I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA – Corriere della Sera


OLYMPUS DIGITAL CAMERAproprio così! questo è il titolo di un pungente e ben articolato scritto del professor Alesina (bio). devo dire che i miei venticinque lettori si sono dati molto da fare e solo oggi, dopo 28 tentativi Geoffrey ci è riuscito. questo è l’articolo e vale la pena leggerlo perché è ancora attualissimo. Peccato che poi non ha più sostenuto questa tesi, per quanto ho potuto verificare. I fatti  stanno dando ragione a quanto il professore sosteneva nell’articolo. grazie a quelli che ci hanno provato.

Antonio

Chi l’ha detto? I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA


pecore Cambiare opinione è caratteristica dei grandi. “Un uomo che si vanta di non cambiare mai opinione è un cretino che crede all’infallibilità” diceva Goethe Non solo è lecito, ma a volte è sano. Dimostra feconda capacità di dubitare, onestà intellettuale, serietà scientifica. Cambiare opinione però è difficile (ecco perché i grandi sono pochi).
A volte cambiamo opinione perché l’esperienza quotidiana ci dimostra che ciò che sostenevamo prima, anche con convinzione, non è vero, oppure perché qualcuno ci dimostra che la nostra opinione era sbagliata. Una delle grandi catastrofi della nostra epoca è proprio il fatto che spesso restiamo abbarbicati alle nostre opinioni e ci sembra di tradire ogni volta che esprimiamo un dubbio o proponiamo un punto di vista diverso. Ma a volte tradiamo le nostre opinioni perché le passioni o, peggio, l’interesse, ci portano a modificarle, anche in maniera radicale.
La discussione sull’euro è attuale, per alcuni sembra una bestemmia, ormai “ce lo chiede l’Europa” è diventato un mantra assurdo ed autodistruttiva. Economisti di fama si espongono in una direzione o nell’altra, ma chi dovrebbe decidere, i politici (ammesso che ancora ce ne siano) ha fatto dell’euro un atto di fede. Indiscutibile.
I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA è l’opinione espressa a suo tempo da un noto economista italiano che insegna in una prestigiosa università americana, inventore dell’austerità espansiva, cioè del fatto che le misure di austerità e di rigore non danneggino le economie, ma, anzi, al contrario, aiutino la ripresa economica. Oggi non parla più così, eppure a me sembra che nessuno degli argomenti che ha utilizzato nell’esprimere la sua opinione si sia dimostrato falso, anzi semmai le sue tesi sono rafforzate dall’evidenza empirica: L’euro non è un bluff, peggio, è una catastrofe.
chi l’ha detto? sono certo che i miei venticinque lettori, di manzoniana memoria, me lo sapranno dire.

Non si può andare avanti così


milano

ormai ce ne rendiamo conto tutti: siamo nella nebbia. Siamo tutti coscienti della situazione, ma il problema non si affronta davvero. Non si cercano serie alternative ai timidi passettini o alla tecnocura da elefante somministrataci dannosamente.

Se la cura non funziona (e non funziona) bisogna partire da qualcos’altro. Da dove ricominciare?

La politica: non c’è un progetto capace di modificare decisamente la situazione, ma solo tanti, troppi slogan. La classe politica si arrabatta da troppi anni senza portare a casa un risultato vero, intanto la situazione del paese si deteriora visibilmente e la crescita è ferma da un ventennio. Le graduatorie internazionali ci vedono in caduta libera per occupazione, crescita, chiusura di aziende, multinazionali che abbandonano l’Italia, inasprimento fiscale, domanda interna in crollo. Siamo in ritardo su tutto: piano per le infrastrutture, agenda digitale, semplificazione, riduzione del cuneo fiscale. Intanto ogni trimestre il debito pubblico aumenta ed il PIL diminuisce.

La situazione sociale: peggio dei numeri è l’aria che si respira: tensione, sfiducia nel futuro e nelle istituzioni, giovani che lasciano l’Italia alla ricerca di occupazione, politici che litigano bisticciano strillano fanno battute che non fanno ridere, parlano per slogan, tanto se non succede nulla è sempre colpa di altri. Siamo tutti più preoccupati e più tristi.

L’Europa: non basta il fatto che siamo avviliti di nostro: ogni giorno Olli Rehn ci bacchetta. Ma chi cavolo è Olli Rehn che viene a dirci cosa dobbiamo fare, mentre i trattati ci obbligano a rispettare il vincolo di bilancio, ma non ci dicono (per fortuna) come farlo. Ed assieme a lui FMI, BCE, BRI ed una massa di eurobucrati, che si sommano ai burocrati nazionali e pontificano che “È l’Europa a chiedercelo”.

Che fare? Siamo in una situazione in cui è indispensabile uno shock, altro che pannicelli caldi! Dobbiamo ricostruire non solo una situazione economica molto degenerata, ma soprattutto dobbiamo recuperare orgoglio, voglia di rimboccarsi le maniche, fiducia. Non è facile. Una cura lenta, con risultati praticamente inavvertibili, non fa ripartire né l’economia, né tantomeno la fiducia.

Ci vuole una scossa: scelte forti o non se ne esce e quella che fino a qualche anno fa era una grande potenza economica si troverà definitivamente emarginata.

  1. Applicare il federalismo ed i costi standard con una chiara divisione delle attribuzioni e taglio dei costi centrali.  Così avviene in Austria, Australia, Canada, Germania, Svizzera e Stati Uniti. Lo scopo è quello di ridurre la spesa pubblica e renderla più efficiente; se ne è parlato troppo, ma non si è fatto praticamente nulla.
  2. L’Europa e l’euro così non vanno proprio. Tanto per dirne una (delle tante) il cosiddetto fondo salvastati ESM ha una dotazione di 700 miliardi di euro, versati pro quota dalle nazioni che aderiscono. L’Italia è il terzo azionista con il 17,91% lo finanzia con 14 miliardi all’anno. Come vengono impiegati questi fondi? Acquistando quasi esclusivamente titoli pubblici tedeschi! L’Italia ha contribuito con 125 miliardi di euro… ma a noi niente. Con 14 miliardi all’anno quanti problemi potremmo risolvere?
  3. Semplificare, semplificare, semplificare. Per garantire efficienza. Ieri mattina ho incontrato dal gommista un imprenditore che ha spostato tutte le sue attività (350 milioni di euro l’anno) in Francia (sic!). Per ampliare lo stabilimento ha ottenuto i permessi in 22 giorni. Semplificare burocrazia, funzionamento dei servizi, giustizia… semplicemente semplificare!
  4. Ci vuole un progetto di rilancio concreto che parta dalla valorizzazione di ciò che sappiamo fare meglio o dalle cose in cui potremo eccellere. Se pensiamo di risolvere i nostri problemi di crescita e di lavoro diventando i leader dell’innovazione tecnologica, ebbene moriremo prima. Certo che bisogna investire in tecnologie, ma prima di tutto per valorizzare il manifatturiero, l’agricoltura, il turismo. Bisogna riprogettare tutto e bisogna farlo presto mettendo assieme i saperi tradizionali che ci caratterizzano e l’innovazione. Il modo migliore per vincere è quello da fare meglio ogni giorno le cose in cui si è bravi andando verso l’eccellenza.
  5. Le diseguaglianze sociali aumentano e la politica deve tornare ad occuparsi delle persone: deve occuparsi di aumentare l’occupazione, il reddito medio disponibile e migliorare i servizi. Le persone non sono numeri, non bisogna pensare solo al PIL. Bisogna ricominciare a fare delle cose che sono scelte perché sono giuste, non perché sono  misurabili da qualche banca d’affari o da astratti modelli economici, che più di una volta si sono dimostrati fallimentari.

Basta con il politically correct, basta col buonismo, basta con il voto come espressione di tifo calcistico. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio del fare, della nostra cultura e delle nostre radici. Testa bassa e fare.