Non si può andare avanti così


milano

ormai ce ne rendiamo conto tutti: siamo nella nebbia. Siamo tutti coscienti della situazione, ma il problema non si affronta davvero. Non si cercano serie alternative ai timidi passettini o alla tecnocura da elefante somministrataci dannosamente.

Se la cura non funziona (e non funziona) bisogna partire da qualcos’altro. Da dove ricominciare?

La politica: non c’è un progetto capace di modificare decisamente la situazione, ma solo tanti, troppi slogan. La classe politica si arrabatta da troppi anni senza portare a casa un risultato vero, intanto la situazione del paese si deteriora visibilmente e la crescita è ferma da un ventennio. Le graduatorie internazionali ci vedono in caduta libera per occupazione, crescita, chiusura di aziende, multinazionali che abbandonano l’Italia, inasprimento fiscale, domanda interna in crollo. Siamo in ritardo su tutto: piano per le infrastrutture, agenda digitale, semplificazione, riduzione del cuneo fiscale. Intanto ogni trimestre il debito pubblico aumenta ed il PIL diminuisce.

La situazione sociale: peggio dei numeri è l’aria che si respira: tensione, sfiducia nel futuro e nelle istituzioni, giovani che lasciano l’Italia alla ricerca di occupazione, politici che litigano bisticciano strillano fanno battute che non fanno ridere, parlano per slogan, tanto se non succede nulla è sempre colpa di altri. Siamo tutti più preoccupati e più tristi.

L’Europa: non basta il fatto che siamo avviliti di nostro: ogni giorno Olli Rehn ci bacchetta. Ma chi cavolo è Olli Rehn che viene a dirci cosa dobbiamo fare, mentre i trattati ci obbligano a rispettare il vincolo di bilancio, ma non ci dicono (per fortuna) come farlo. Ed assieme a lui FMI, BCE, BRI ed una massa di eurobucrati, che si sommano ai burocrati nazionali e pontificano che “È l’Europa a chiedercelo”.

Che fare? Siamo in una situazione in cui è indispensabile uno shock, altro che pannicelli caldi! Dobbiamo ricostruire non solo una situazione economica molto degenerata, ma soprattutto dobbiamo recuperare orgoglio, voglia di rimboccarsi le maniche, fiducia. Non è facile. Una cura lenta, con risultati praticamente inavvertibili, non fa ripartire né l’economia, né tantomeno la fiducia.

Ci vuole una scossa: scelte forti o non se ne esce e quella che fino a qualche anno fa era una grande potenza economica si troverà definitivamente emarginata.

  1. Applicare il federalismo ed i costi standard con una chiara divisione delle attribuzioni e taglio dei costi centrali.  Così avviene in Austria, Australia, Canada, Germania, Svizzera e Stati Uniti. Lo scopo è quello di ridurre la spesa pubblica e renderla più efficiente; se ne è parlato troppo, ma non si è fatto praticamente nulla.
  2. L’Europa e l’euro così non vanno proprio. Tanto per dirne una (delle tante) il cosiddetto fondo salvastati ESM ha una dotazione di 700 miliardi di euro, versati pro quota dalle nazioni che aderiscono. L’Italia è il terzo azionista con il 17,91% lo finanzia con 14 miliardi all’anno. Come vengono impiegati questi fondi? Acquistando quasi esclusivamente titoli pubblici tedeschi! L’Italia ha contribuito con 125 miliardi di euro… ma a noi niente. Con 14 miliardi all’anno quanti problemi potremmo risolvere?
  3. Semplificare, semplificare, semplificare. Per garantire efficienza. Ieri mattina ho incontrato dal gommista un imprenditore che ha spostato tutte le sue attività (350 milioni di euro l’anno) in Francia (sic!). Per ampliare lo stabilimento ha ottenuto i permessi in 22 giorni. Semplificare burocrazia, funzionamento dei servizi, giustizia… semplicemente semplificare!
  4. Ci vuole un progetto di rilancio concreto che parta dalla valorizzazione di ciò che sappiamo fare meglio o dalle cose in cui potremo eccellere. Se pensiamo di risolvere i nostri problemi di crescita e di lavoro diventando i leader dell’innovazione tecnologica, ebbene moriremo prima. Certo che bisogna investire in tecnologie, ma prima di tutto per valorizzare il manifatturiero, l’agricoltura, il turismo. Bisogna riprogettare tutto e bisogna farlo presto mettendo assieme i saperi tradizionali che ci caratterizzano e l’innovazione. Il modo migliore per vincere è quello da fare meglio ogni giorno le cose in cui si è bravi andando verso l’eccellenza.
  5. Le diseguaglianze sociali aumentano e la politica deve tornare ad occuparsi delle persone: deve occuparsi di aumentare l’occupazione, il reddito medio disponibile e migliorare i servizi. Le persone non sono numeri, non bisogna pensare solo al PIL. Bisogna ricominciare a fare delle cose che sono scelte perché sono giuste, non perché sono  misurabili da qualche banca d’affari o da astratti modelli economici, che più di una volta si sono dimostrati fallimentari.

Basta con il politically correct, basta col buonismo, basta con il voto come espressione di tifo calcistico. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio del fare, della nostra cultura e delle nostre radici. Testa bassa e fare.

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