La ricetta per l’innovazione: una scuola che educhi all’errore


asinoTutti siamo a favore dell’innovazione poiché sappiamo che è un fattore decisivo per arricchire la nostra qualità di vita e per lo sviluppo economico. È quindi importante pensare a cosa può facilitarla e stimolarla.

Parlare di innovazione vuol dire parlare di competitività, di produttività, di crescita, di miglioramento dei prodotti o dei servizi ed è questo ciò che ogni imprenditore cerca di fare ogni giorno.

Spesso si tende ad esaltare il valore dell’idea, si concentra così l’attenzione sulla cosiddetta creatività, come una certa vulgata è solita fare, ma ciò è semplicistico e riduttivo e non aiuta a comprendere davvero la complessità del fenomeno. Due sono gli ingredienti chiave per realizzarla: l’imprenditorialità, poiché si ha innovazione solo quando i prodotti o i servizi sono messi sul mercato (J.A. Schumpeter, 1911) e l’esecuzione, che è quella che spesso fa davvero la differenza. Anche se è funzionale a spiegare meglio il mio punto di vista non mi piace distinguere tra pensiero ed azione, tra idea ed esecuzione, perché sono convinto, anche in base alla mia esperienza diretta, che l’idea o il progetto si affinino e prendano davvero forma solo durante l’esecuzione. Il fatto è che le idee diventano eccellenti solo quando vi è una esecuzione eccellente, altrimenti rischiano di restare sogni.

Certamente ci sono condizioni specifiche che facilitano l’innovazione e che possiamo sintetizzare in un atteggiamento diffuso al cambiamento all’interno del tessuto produttivo con un forte supporto allo sviluppo scientifico, finanziario, fiscale e istituzionale. È questo un ambito nel quale l’integrazione tra interventi pubblici e privati possono creare favorevoli condizioni nel contesto.

Tuttavia penso che si faccia davvero poco per creare la cultura dell’innovazione, ed in questo moltissimo può e deve fare la scuola.

In Italia il modo di concepire la didattica di qualsiasi livello e grado, non educa al fare ed all’errore facendo qualcosa. L’errore è punito sempre, senza distinguere tra chi sbaglia per pigrizia o sciatteria e chi invece ha un punto di vista autonomo. Questa è la regola, dimenticando che l’innovazione è coraggio di provare strade nuove, quindi anche di sbagliare.

Insegniamo agli studenti come fare bene le cose seguendo tre diverse strade. Da una parte deducendo regole dalla riflessione teorica, cercando poi la conferma nell’esperienza. Dall’altra analizzando un certo numero di casi, che poi utilizziamo per estrapolare principi, che in realtà sono solo elementi o relazioni che si presentano sistematicamente alla nostra osservazione in un certo momento. Ed infine studiando singoli casi di successo, deducendo da questi le regole. Questi ultimi approcci empirici sono certamente interessanti, ma sono soggetti a tre distorsioni: la storia narrata non corrisponde necessariamente a quanto è realmente avvenuto; chi studia un caso ha sempre un suo punto di vista che interferisce nella fase di interpretazione; ed infine poiché la situazioni non sono replicabili, ogni esperienza, specie se legata a contesti, momenti storici o persone, è un unicum.

Evidentemente la validità del metodo empirico dipende dalle discipline, in linea di principio nelle scienze sperimentali, dove la replicabilità di un fenomeno è sempre possibile, è perfettamente accettabile. La scienza procede attraverso ipotesi e sperimentazioni per falsificare gli errori. Ma quando ci troviamo nell’ambito delle scienze non sperimentali questo approccio può non essere così affidabile.

Insomma ogni volta che è possibile nell’attività didattica cerchiamo di creare delle best practice, a volte magari anche tirando un po’ troppo la coperta. In realtà l’unica cosa che realmente possiamo fare è lavorare sul metodo, non sul definire regole; insomma possiamo occuparsi più di come fare le cose, piuttosto che sul cosa è giusto oppure sbagliato.

L’essenza dell’innovazione è la propensione a rischiare, a fare qualcosa che nessuno aveva fatto prima, non può quindi rientrare nelle best practice.

Perché l’idea nasca e diventi davvero innovazione abbiamo bisogno di makers con quella apertura mentale a rompere gli schemi che deriva, a prescindere dal carattere e dal talento di ciascuno, dalla disponibilità a sperimentare, anche sbagliando. Non credo di dire nulla di particolarmente nuovo, ma sento pochi affrontare il tema dell’innovazione in questi termini. La nostra storia economica recente non lascia dubbi: l’Italia è cresciuta negli anni ’60 perché si sono verificate contemporaneamente due condizioni, che spesso convivevano nella stessa persona: approccio imprenditoriale e capacità artigianali nel fare. Queste condizioni, che allora derivavano dal grande numero di artigiani di qualità e dalle condizioni del paese nel dopoguerra, oggi devono diventare una cultura ed un atteggiamento diffuso.

Ci consoliamo parlando tanto di italica creatività per sopperire ad una italica diffusa tendenza all’improvvisazione senza metodo.

La scuola deve educare al fare, deve formare makers. Certamente abbiamo bisogno di professionisti preparati nell’ambito della gestione, della finanza, della comunicazione, ma non possiamo continuare a lungo ad ignorare che abbiamo bisogno di tecnici, di ingegneri veri che sappiano come si fanno le cose, poiché è da questi che possono nascere le nuove aziende. Che cosa sta facendo la nostra scuola perché le persone che hanno predisposizione all’imprenditorialità abbiano un processo formativo che le aiuti a dare vita ad aziende capaci di fare i prodotti del futuro?

Gli imprenditori come Adriano Olivetti, per citare solo uno degli italiani, sono rari e non vengono certo creati dal sistema scolastico, ma la scuola può distruggerne le potenzialità invece di svilupparle.

Nessuno può pretendere che la scuola sviluppi nelle persone qualità come la determinazione, la positività, il coraggio di rischiare, ma forse è possibile una scuola che incoraggi a provare nuove soluzioni, a sperimentare percorsi che nessuno mai prima ha immaginato, una scuola che non punisca gli errori di chi cerca strade nuove con passione e curiosità. Non è un paradosso pensare di educare all’errore se si vuole aumentare la propensione delle persone all’innovazione.

Naturalmente nessuno, neanche la scuola, può fare qualcosa per sviluppare il talento.

Annunci

Alberto Alesina – I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA – Corriere della Sera


OLYMPUS DIGITAL CAMERAproprio così! questo è il titolo di un pungente e ben articolato scritto del professor Alesina (bio). devo dire che i miei venticinque lettori si sono dati molto da fare e solo oggi, dopo 28 tentativi Geoffrey ci è riuscito. questo è l’articolo e vale la pena leggerlo perché è ancora attualissimo. Peccato che poi non ha più sostenuto questa tesi, per quanto ho potuto verificare. I fatti  stanno dando ragione a quanto il professore sosteneva nell’articolo. grazie a quelli che ci hanno provato.

Antonio

Chi l’ha detto? I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA


pecore Cambiare opinione è caratteristica dei grandi. “Un uomo che si vanta di non cambiare mai opinione è un cretino che crede all’infallibilità” diceva Goethe Non solo è lecito, ma a volte è sano. Dimostra feconda capacità di dubitare, onestà intellettuale, serietà scientifica. Cambiare opinione però è difficile (ecco perché i grandi sono pochi).
A volte cambiamo opinione perché l’esperienza quotidiana ci dimostra che ciò che sostenevamo prima, anche con convinzione, non è vero, oppure perché qualcuno ci dimostra che la nostra opinione era sbagliata. Una delle grandi catastrofi della nostra epoca è proprio il fatto che spesso restiamo abbarbicati alle nostre opinioni e ci sembra di tradire ogni volta che esprimiamo un dubbio o proponiamo un punto di vista diverso. Ma a volte tradiamo le nostre opinioni perché le passioni o, peggio, l’interesse, ci portano a modificarle, anche in maniera radicale.
La discussione sull’euro è attuale, per alcuni sembra una bestemmia, ormai “ce lo chiede l’Europa” è diventato un mantra assurdo ed autodistruttiva. Economisti di fama si espongono in una direzione o nell’altra, ma chi dovrebbe decidere, i politici (ammesso che ancora ce ne siano) ha fatto dell’euro un atto di fede. Indiscutibile.
I QUATTRO GRANDI BLUFF DELL’ UNIONE MONETARIA è l’opinione espressa a suo tempo da un noto economista italiano che insegna in una prestigiosa università americana, inventore dell’austerità espansiva, cioè del fatto che le misure di austerità e di rigore non danneggino le economie, ma, anzi, al contrario, aiutino la ripresa economica. Oggi non parla più così, eppure a me sembra che nessuno degli argomenti che ha utilizzato nell’esprimere la sua opinione si sia dimostrato falso, anzi semmai le sue tesi sono rafforzate dall’evidenza empirica: L’euro non è un bluff, peggio, è una catastrofe.
chi l’ha detto? sono certo che i miei venticinque lettori, di manzoniana memoria, me lo sapranno dire.

Non si può andare avanti così


milano

ormai ce ne rendiamo conto tutti: siamo nella nebbia. Siamo tutti coscienti della situazione, ma il problema non si affronta davvero. Non si cercano serie alternative ai timidi passettini o alla tecnocura da elefante somministrataci dannosamente.

Se la cura non funziona (e non funziona) bisogna partire da qualcos’altro. Da dove ricominciare?

La politica: non c’è un progetto capace di modificare decisamente la situazione, ma solo tanti, troppi slogan. La classe politica si arrabatta da troppi anni senza portare a casa un risultato vero, intanto la situazione del paese si deteriora visibilmente e la crescita è ferma da un ventennio. Le graduatorie internazionali ci vedono in caduta libera per occupazione, crescita, chiusura di aziende, multinazionali che abbandonano l’Italia, inasprimento fiscale, domanda interna in crollo. Siamo in ritardo su tutto: piano per le infrastrutture, agenda digitale, semplificazione, riduzione del cuneo fiscale. Intanto ogni trimestre il debito pubblico aumenta ed il PIL diminuisce.

La situazione sociale: peggio dei numeri è l’aria che si respira: tensione, sfiducia nel futuro e nelle istituzioni, giovani che lasciano l’Italia alla ricerca di occupazione, politici che litigano bisticciano strillano fanno battute che non fanno ridere, parlano per slogan, tanto se non succede nulla è sempre colpa di altri. Siamo tutti più preoccupati e più tristi.

L’Europa: non basta il fatto che siamo avviliti di nostro: ogni giorno Olli Rehn ci bacchetta. Ma chi cavolo è Olli Rehn che viene a dirci cosa dobbiamo fare, mentre i trattati ci obbligano a rispettare il vincolo di bilancio, ma non ci dicono (per fortuna) come farlo. Ed assieme a lui FMI, BCE, BRI ed una massa di eurobucrati, che si sommano ai burocrati nazionali e pontificano che “È l’Europa a chiedercelo”.

Che fare? Siamo in una situazione in cui è indispensabile uno shock, altro che pannicelli caldi! Dobbiamo ricostruire non solo una situazione economica molto degenerata, ma soprattutto dobbiamo recuperare orgoglio, voglia di rimboccarsi le maniche, fiducia. Non è facile. Una cura lenta, con risultati praticamente inavvertibili, non fa ripartire né l’economia, né tantomeno la fiducia.

Ci vuole una scossa: scelte forti o non se ne esce e quella che fino a qualche anno fa era una grande potenza economica si troverà definitivamente emarginata.

  1. Applicare il federalismo ed i costi standard con una chiara divisione delle attribuzioni e taglio dei costi centrali.  Così avviene in Austria, Australia, Canada, Germania, Svizzera e Stati Uniti. Lo scopo è quello di ridurre la spesa pubblica e renderla più efficiente; se ne è parlato troppo, ma non si è fatto praticamente nulla.
  2. L’Europa e l’euro così non vanno proprio. Tanto per dirne una (delle tante) il cosiddetto fondo salvastati ESM ha una dotazione di 700 miliardi di euro, versati pro quota dalle nazioni che aderiscono. L’Italia è il terzo azionista con il 17,91% lo finanzia con 14 miliardi all’anno. Come vengono impiegati questi fondi? Acquistando quasi esclusivamente titoli pubblici tedeschi! L’Italia ha contribuito con 125 miliardi di euro… ma a noi niente. Con 14 miliardi all’anno quanti problemi potremmo risolvere?
  3. Semplificare, semplificare, semplificare. Per garantire efficienza. Ieri mattina ho incontrato dal gommista un imprenditore che ha spostato tutte le sue attività (350 milioni di euro l’anno) in Francia (sic!). Per ampliare lo stabilimento ha ottenuto i permessi in 22 giorni. Semplificare burocrazia, funzionamento dei servizi, giustizia… semplicemente semplificare!
  4. Ci vuole un progetto di rilancio concreto che parta dalla valorizzazione di ciò che sappiamo fare meglio o dalle cose in cui potremo eccellere. Se pensiamo di risolvere i nostri problemi di crescita e di lavoro diventando i leader dell’innovazione tecnologica, ebbene moriremo prima. Certo che bisogna investire in tecnologie, ma prima di tutto per valorizzare il manifatturiero, l’agricoltura, il turismo. Bisogna riprogettare tutto e bisogna farlo presto mettendo assieme i saperi tradizionali che ci caratterizzano e l’innovazione. Il modo migliore per vincere è quello da fare meglio ogni giorno le cose in cui si è bravi andando verso l’eccellenza.
  5. Le diseguaglianze sociali aumentano e la politica deve tornare ad occuparsi delle persone: deve occuparsi di aumentare l’occupazione, il reddito medio disponibile e migliorare i servizi. Le persone non sono numeri, non bisogna pensare solo al PIL. Bisogna ricominciare a fare delle cose che sono scelte perché sono giuste, non perché sono  misurabili da qualche banca d’affari o da astratti modelli economici, che più di una volta si sono dimostrati fallimentari.

Basta con il politically correct, basta col buonismo, basta con il voto come espressione di tifo calcistico. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio del fare, della nostra cultura e delle nostre radici. Testa bassa e fare.