Giovani che creano nuove aziende


orologio_about
Qualche giorno fa Mikkel Draebye, un collega della Bocconi, mi ha chiesto la disponibilità per incontrare dei giovani (non mi piace chiamarli ragazzi) che stanno lanciando una nuova azienda. È un loro progetto supportato da “Speed Me Up”, un’iniziativa congiunta della Camera di Commercio di Milano e dell’Università Bocconi che, con il contributo del Comune di Milano, aiuta nuovi imprenditori e professionisti ad affrontare la formidabile sfida del futuro supportandoli fin dall’inizio nello sviluppo della propria idea di business. (copio dal sito, non eccellente per appeal, con un marchio….insomma lasciamo perdere)

Mikkel ce l’ha per vizio! non è la prima volta infatti che mi coinvolge per dargli una mano nel supportare studenti che, durante il loro MBA, mettono a punto progetti di imprese: da un’azienda di costumi da bagno in Brasile, ad un portale sul design, un po’ di moda ed un po’ di internet insomma. Da questi progetti sono nate aziende che ormai operano con successo sul mercato. Io mi diverto!

Ieri ci siamo incontrati ed ho conosciuto due dei tre giovani soci di questa nuova azien-da. Vogliono creare una marca di orologi nel segmento di prezzo attorno ai 150 euro. Orologi?!? Mercato terribile, difficilissimo (e comunque trovatemene uno che non lo sia); ma chi ha bisogno di un orologio di questi tempi quando sullo smartphone abbiamo ora, data, fasi lunari, sveglia, promemoria per gli appuntamenti…insomma tutto quello che ci serve per la gestione del tempo. Conosco aziende affermate che operano da anni in que-sto settore e che stanno lavorando per ridurre la loro dipendenza da questo mercato. Eppure lo spazio c’è. Certo dipende dalle dimensioni che vuoi raggiungere, dai contenuti della tua offerta, ma lo spazio c’è.

Giovanissimi, 22 o 23 anni, giustamente orgogliosi della loro idea, per niente impacciati o timidi. Cominciamo a parlare e loro partono con la solita solfa del Made in Italy (un orologio oggi si fa in Cina, fanno tutti così per stare in quei prezzi ed in Cina, in quel segmento di prodotti, sono in grado di fare cose eccellenti). E poi il design italiano, e poi lo stile di vita, citavano grandi marche del segmento degli orologi meccanici di qualità che li avevano ispirati, oppure Toy Watch, l’ultimo fenomeno di mercato …insomma, un sacco di luoghi comuni senza senso.

Guardo con attenzione il prodotto, anche se non sono certo un esperto di orologi, niente di speciale, ma corretto, con una buona esecuzione per quel prezzo. E intanto loro mi spiano aspettando il giudizio e continuano a parlare.

Ma cavolo, c’era cuore in quei due giovani, passione vera e poi avevano già cominciato a distribuire nei negozi giusti. Certo piccole quantità, ma insomma, chi si occupa davvero di start up sa bene che stavano facendo due cose essenziali: concentrarsi sui ricavi, per-ché le vendite non solo portano soldi, ma soprattutto insegnano e consentono di mettere bene a punto l’idea e lavorare in maniera frugale (certamente dietro c’è lo zampino di Mikkel, il loro tutor nel progetto). Credo infatti che nel primo stadio della creazione di un’azienda questi siano due requisiti essenziali. I soldi veri servono dopo.

Insomma mi piacevano molto.

Sapete l’età aiuta e poi, chi se ne frega, io dico quello che penso, specie se le persone mi piacciono. E comincio a cercare di distruggere quei dannati luoghi comuni che tanto ci intralciano nel far venire fuori le cose vere. Perché Made in Italy e non Made in France? Magari nel lusso hanno qualcosa da dire anche loro, che ne pensate? E poi “made in”, ma leggete cosa c’è scritto sui vostri fantastici smartphone della grande mela (di cui en-trambi erano dotati) Design? Dai vediamo un po’ di immagini digitando Dieter Rams su Google tanto per capire come gira il mondo. Non hanno tremato mai. Tirate fuori l’anima vera del progetto, gli ho detto, provate a raccontarlo senza usare questi orribili stereoti-pi; ma perché diavolo avete scelto gli orologi? E così ho scoperto che ci pensano da quando avevano 15 anni. Fantastico! Che hanno idee, buone idee sul prodotto; che sono informati su tecnologie interessanti che potrebbero applicare tipo la termoluminescenza ed altre diavolerie tecnologiche di questo tipo. E allora diventa tutto più facile, proviamo tutti assieme a tirare fuori qualche concetto per un posizionamento che sia davvero nuovo, e qualcosa viene fuori; ragioniamo su come il prodotto può avere identità (questa sì che è fondamentale per stare sul mercato), su come trasferire tutto ciò per fare marca e l’entusiasmo cresce. Ci vedremo la prossima settimana.

Non so se ce la faranno a realizzare la loro azienda. È molto probabile che commettano errori, forse è inevitabile, anzi è utile, perché questa è l’essenza della imprenditorialità. Per fare qualcosa di nuovo devi provare strade nuove, devi educarti all’errore. Credo che siano davvero determinati a superarli. Apprenderanno da questa esperienza. Forse na-scerà un nuovo fenomeno di moda per qualche stagione, forse sarà un successo duratu-ro, forse il mercato li punirà. Certo è che questi giovani sono una ventata d’aria fresca e pulita in un contesto pieno di chiacchiere e di ruoli stereotipi; si stanno mettendo davve-ro in gioco, ci mettono l’anima e la fantastica energia della loro età. Ed io cercherò di dargli una mano.

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5 thoughts on “Giovani che creano nuove aziende

  1. parlando più semplicemente vorrei dire che oramai è raro trovare tanto entusiasmo nei giovani che pensano a creare qualcosa che gli è sempre piaciuto.
    Io al polso ho l’orologio color verde militare e vi assicuro che se questo è solo l’inizio ne vedremo sicuramente delle belle.

  2. Caro Antonio,
    condivido tutto ciò che scrivi. Una perplessità sull’imprenditorialità.
    Essere Lady e attendere che una fattura venga pagata, senza sapere quando, anche se provvista di data abbondantemente scaduta, fa parte dell’imprenditorialità?
    Se invece un imprenditore, giovane, con educazione e insieme durezza si fa rispettare, con tutte le carte a ragione, perde il Cliente. cosa mi è successa oggi.
    Sono la mia azienda, da sempre, in particolar modo da 4 anni, quando ho pensato di divenire executive producer della mia casa di produzione fotografica.
    L’altro ieri un designer ad mi ha detto che sono di serie A e la cosa mi ha fatto piacere.
    Ma se poi il marketing di una nota azienda di automobili mi dice che non mi paga perchè dall’amministrazione non hanno ancora liquidato quel lavoro, dopo 2 mesi dalla scadenza della fattura.. sono io o sono loro a non essere imprenditori?
    Scusa lo sfogo ma è da quando avevo 28 anni, con partita iva NON semplificata che combatto contro questo… Mi dicono che sono puntigliosa.. sono solo corretta e pretendo correttezza biunivoca.
    Aprire un’azienda è anche essere certi delle scadenze con cui il denaro entra ed esce dal conto
    Un abbraccio
    Laura

    • cara Laura essere imprenditori, in Italia è ancora più difficile per questo osceno vizio che è tipico delle aziende, specie le più grandi. purtroppo la politica se ne frega, basta guardare i ritardi nel pagamento delle pubbliche amministrazioni.

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